Teatro

Umbra Luminis - Teresa Miss Avila

Personaggi
Voce di Dio: Edoardo Callegari in registrato
Ruah haQodesh: Sezen Gümüştekin in registrato
Teresa ragazza: Carolina Migli Bateson
Notte Oscura dell’anima: Carolina Migli Bateson in registrato

Scenografia: in uno spazio barocco - un Oratorio o Chiesa – deve essere situato un pavimento a specchio riflettente e circolare dello stesso diametro della sommità della cupola affrescata dello spazio scenico. Tale specchio avrà una lieve inclinazione che consentirà di riflettere la luminosità dipinta della cupola e, allo stesso tempo, del coro. Installate sopra la superficie riflettente, due opere d’arte in grafite scura su pannelli di pioppo, raffiguranti due figure speculari di Santa Teresa D’Avila. Le figure saranno posizionate lungo la parte alta della circonferenza in modo che, nella profondità dello specchio, il loro riflesso affondi perfettamente al centro della metafora rovesciata composta da corpi, luce barocca della cupola e sacralità del coro.

(...)
II° MANSIONE

(Teresa ragazza)

Sorella a noi, piccola,
e seni non sono quasi in lei.

Senti tutto, osservi come respirano
le persone vicino a te,
come muovono le gambe o le mani
e dove guardano.
Dalla difficoltà di amarti
che vuoi imporre a chi vuoi che ti ami,
alla sofferenza che provi
quando la tua speranza sembra delusa,
con le stesse parole con cui acconsenti,
tu ti neghi.
Vorrei che tu rimanessi impossibile,
perché solo così riuscirò ancora a riconoscerti.
Fino a trasformarmi;
fino a divenire erbe di mietitura
nel loro intreccio a forma di proverbio.

Attirami in te, correremo.
Custodita nel custodire le vigne,
la vigna che sono non custodii.

Vorrei pregare le delusioni
e le sofferenze che provi,
di non colpirti in pieno viso,
ma di rimediare il loro grumo di sabbia
amara nel biancore
e nella luce che hai accanto.
Fino a trasformarmi;
fino a divenire il vino
di bene prima dei raccolti e delle cerimonie.

Salirò, sì, e girerò nella città,
nelle strade, nelle piazze,
cercherò lui che desiderò la gola mia,
il respiro di me.

Solo il silenzio permette
alla passione più limpida
di alzare la voce nel rumore dei corpi.
Per questo, nel silenzio,
ho potuto smettere di cercare
la tua presenza e ora ad alta voce,
immersa nell’aria della città,
è come se gli occhi si fossero aperti
nella luce per portare la pelle
a contatto con il candore della tua sincerità,

che si espone in angoli e punte di lame per cui io non riesco ad abbracciarla.
Non riesco.
Io non so più dire…
Io non so più dire…
Fino a trasformarmi;
fino a diventare un uccello della semina
e l’elicriso profumato di rocce.

Lo assediai
e non darò tregua a lui
fino a quando farò entrare lui
a casa di mia madre,
alla stanza di chi generò me.

Per questo mi sono sentita coetanea
di qualcosa di intatto,
dell’immagine estiva di te
che ritorna e che non mi aspettavo
di vedere una sera,
nella fragilità della resurrezione
dell’essere amati
“all’ombra della gran cicatrice nell’aria”.
Legarmi a te prima delle ferite.
Maturare completamente il tempo
da dentro per essere già abbracciati,
già uniti.
Fino a trasformarmi;
fino a diventare il viburno rosso
in mezzo a cui passa il figlio dell’uomo.

Raccontalo a me, tu
che toccasti il respiro mio.

Devo esporre il mio Essere al suo scrutinio
e distaccarlo dal centro di se stesso;
smettere di amare me in Lui
se mi domandi “Mi ami tu più di costoro?”.
In pura perdita;
in cui non resta il rammarico della perdita,
ma l’integrità della purezza.
E qui, in un oceano di luce
che esce da me e in me ringorga,
cosa osa di sé l’amore?
Di sé deve osare lasciarsi alle spalle,
per entrare in povertà.

(...)
V° MANSIONE

(Teresa ragazza)

“Il centro vuoto che aiutammo a cantare
allorché stava in alto, chiaro,
allorché trascurava i pani, lievitati e azzimi,
incupito di rosso, d’altro,
di domande sulle orme tue
da tempo”
Lo stesso vuoto al centro dell’Arca,
o al centro delle parole di Mosè
spezzate da un respiro di balbuzie,
una vena di sussurro tra un “non so che”
e un “quasi niente”.

“Un sussurro...,
e una voce mi si fece sentire”
Una presenza di un cuore
che entra in sé…
(Silenzio)
Sentire il cuore entrare in sé…
(Silenzio)

Come nell’intera luce
della giornata invernale,
passata quella volta
tra le eriche di ghiaccio
del monte dove andavo da bambina.
Immobile nello stesso punto.
Immobile nella luce.
Fino a che l’amore
non descrive più nulla
fino a che
avrei potuto essere colmata
dal peso del fuoco...

(...)
VII° MANSIONE

(Teresa ragazza, monologo della luce)

“Contemplo attraverso questo specchio,
l’ombra di una luce eclatante”
Specchio di perfezione
che sprofonda in luce
lo spazio vuoto dell’attesa
e della risposta sovrastata.

Fino a che non c’è più…
nessuna opera di contemplazione…
nemmeno la propria.
Nemmeno perfetta.
Nemmeno faccia a faccia.
C’è la parola e c’è un deserto,
perché nel Libro
le acque del mare di Giunco
si separano così profondamente
da lasciare il paesaggio asciutto.
Paesaggio di rocce, aria e luce.
Mi sembra di camminare
verso l’alto anche da oltre le rive
di un lago a fondo del cielo, al largo.
AURORA LIMINALIS
ricordati di me quando sarai nel tuo regno.
Venite a me Benedetti e Beati.

Beati
i corpi anti anatomici
anti cerebrali
anti molecolari
poiché non avranno macchia e ruga.

Beati
gli esultanti nel reuma
poiché non saranno chiamati
frontiere di empietà,
popolo sdegnato in eterno.

Beato
chi ha chiuse le porte della Giustizia,
affinché ogni istante sia ricomprato.

Beati
quelli che non dissolvono
la preghiera di remissione
nell’accettazione della volontà.
Beati
quelli che, dopo aver tutto ottenuto
dal cielo e da se stessi,
dicono Etiam si omnes ego non
fino al punto in cui l’innocenza
non sia indepassabile.

Beati
quelli la cui carità che lava la mente
è esibita solo dal varo di un angelo.
Beati
quelli che restano solo
in un ritrovare la voce
che l’incertezza del desiderio
prolunga in gesti di congedo.

Beati
quelli che avvicinano le stelle
nella più potente regione
della lontananza,
con cui i corpi narrano un orlo del visibile.

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